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Conferenza finale NoTratta: nuove strategie per una migliore assistenza alle vittime

Protezione internazionale e strategie di contrasto alla tratta degli esseri umani saranno i temi al centro della conferenza conclusiva del progetto No Tratta in programma il 19 gennaio a Roma presso Palazzo Santa Chiara (Piazza Santa Chiara 14).

Sono circa 140mila le vittime di tratta giunte illegalmente in Europa attraverso le rotte del Mediterraneo, dei Balcani, dei paesi dell’Est e della Turchia. Numeri che dimostrano come il fenomeno della tratta degli esseri umani sia sempre più connesso con quello dei richiedenti asilo e rifugiati. Come si sta muovendo il nostro paese per contrastare la tratta e cosa si sta facendo a livello europeo? I partecipanti alla conferenza finale faranno il punto sulla situazione italiana ed europea per discutere e condividere buone prassi di lotta alla tratta degli esseri umani.

Ad aprire l’iniziativa sarà Irma Melini, Presidente della Commissione Anci immigrazione, poi interverranno Helena Behr dell’UNHCR, Paola Degani professoressa di politiche pubbliche e diritti umani dell’Università di Padova, Vincenzo Castelli presidente di On the road, Claudio Donadel, Responsabile U.o.C. Servizio Promozione Inclusione Sociale – Protezione Sociale e Umanitaria del Comune di Venezia, Daniela Di Capua direttrice del Servizio Centrale SPRAR, Mirta Da Pra del Gruppo Abele. Nella seconda parte della giornata a prendere parola saranno Monica Cerrutti dell’Assessorato ai diritti civili e immigrazione della Regione Piemonte; Luca Pacini, Direttore di Cittalia, Matteo Biffoni, Delegato ANCI per l’Immigrazione e le politiche per l’integrazione; Maria Grazia Giammarinaro, Relatrice Speciale delle Nazione Unite sulla tratta degli esseri umani e molti altri ospiti ed esperti sul tema.

La conferenza è parte del progetto europeo “NO TRATTA”, co-finanziato dal Programma Prevenzione e Lotta contro la Criminalità dell’Unione Europea.

Qui il Programma_Conferenza_No_Tratta_Roma_19_01_2016_DEF
Qui il video completo della prima conferenza tenutasi a Roma il 19 giugno 2015
Per info e iscrizioni scrivere a guazzo@cittalia.it

Il traffico di migranti nel Niger denunciato nel reportage del NYT da Agadez

Un reportage del New York Times spiega l’attuale situazione dei trafficanti nella città di Agadez, dove gran parte dei migranti che si apprestano ad attraversare il Sahara per poi arrivare in Libia e da lì approdare alle coste italiane giacciono in attesa della propria partenza in quartieri ghetto improvvisati nella città.

Ogni anno 80mila persone passano da questo punto di snodo, per poi affrontare il deserto del Sahara e dunque il Mar Mediterraneo. Lo stato africano ha inasprito i controlli e le sanzioni nei confronti dei trafficanti ma tali provvedimenti tardano a dare frutti. Con gli intermediari (i cosiddetti “connection man”) che guadagnano 50 dollari a migrante risulta difficile riuscire a promuovere interventi a contrasto del traffico di esseri umani. A ciò si aggiunga che la situazione economica precaria del paese rende questo business molto appetibile per tutti coloro che abbiano i mezzi e le conoscenze per organizzare la tratta.

Qui l’articolo integrale.

Nuova condanna per l’Italia da Strasburgo

Ieri 1 settembre è arrivato a sentenza il procedimento intentato davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo da due avvocato italiani, Luca Masera e Stefano Zirulia, per conto di tre cittadini tunisini.

La sentenza riveste una grande importanza, per i contenuti e per il contesto in cui si colloca. La vicenda risale al 2011, Ministro dell’Interno Maroni, quando nel centro di Lampedusa vennero rinchiusi per 4 giorni, senza l’avvallo della magistratura e senza poter contattare un legale, diversi migranti tunisini che poi vennero espulsi collettivamente verso il paese d’origine.
Tre di loro, grazie anche all’intervento dell’Arci, vennero rintracciati in Tunisia e diedero mandato ai due legali di sporgere denuncia.
La sentenza della corte Europea stabilisce tre principi fondamentali:
- è illegittimo detenere una persona senza che il provvedimento di restrizione della libertà personale venga avvallato da un magistrato e sia consentito ai detenuti di consultare un legale;
- le condizioni di detenzione nel centro di Lampedusa non rispettavano quanto previsto dall’articolo 3 della convenzione Europea dei diritti dell’uomo, in particolare per quel che riguarda i trattamenti disumani e degradanti;
- le espulsioni collettive verso la Tunisia erano illegittime, perché effettuate solo sulla base della nazionalità degli espulsi, senza il vaglio dei singoli casi e senza un provvedimento della magistratura.
Questa sentenza crea un importante precedente, di cui le istituzioni italiane ed europee dovranno tener conto nella discussione in corso e nei trattamenti concreti riservati ai migranti.
Questo vale per esempio sulla prevista detenzione negli hot spot, di cui si chiede con insistenza all’Italia di dotarsi. Hot spot e Hub chiusi nel sud Italia, dove i migranti verrebbero trattenuti in attesa dell’identificazione e della valutazione se richiedenti asilo o meno.
Secondo i giudici della Corte questo trattamento sarebbe illegale. Come illegali sono le condizioni di degrado in cui vengono costretti a vivere i migranti e richiedenti asilo nella maggior parte dei Cie e dei Cara.
Una sentenza dunque che rafforza chi da anni si batte contro quella sospensione del diritto cui le istituzioni si sentono autorizzate nei confronti dei migranti, chiedendone il rispetto della dignità e dei diritti.

“C’è rifugio dalla tratta”: il 19 giugno la conferenza No Tratta a Roma

I mutamenti del fenomeno della tratta di persone e le interconnessioni tra le misure per la protezione internazionale e quelle in favore della vittime di tratta saranno al centro della Conferenza “C’è rifugio dalla tratta: verso una strategia di intervento condivisa per vittime di tratta e richiedenti/titolari di protezione internazionale” che si terrà a Roma il 19 giugno, a partire dalle ore 9.00, presso lo Spazio Europa in Via IV Novembre 149.

La conferenza rappresenta l’evento conclusivo di due giornate seminariali che saranno dedicate alla promozione del dialogo e al rafforzamento della cooperazione inter-istituzionale tra tutti gli attori locali e nazionali coinvolti nella tutela delle vittime di tratta nell’ambito del sistema di asilo e ha come obiettivo quello di orientare l’agenda politica verso una strategia di intervento per integrare in maniera più efficace le normative e le pratiche afferenti al sistema anti-tratta e al sistema di protezione internazionale. Per identificare, proteggere e accompagnare le vittime, infatti, è sempre più necessario ottimizzare risorse e strumenti, definire procedure più snelle, costruire reti più efficienti e meglio attrezzate.

Durante la conferenza, verranno innanzitutto sottolineate le caratteristiche del fenomeno e dei sistemi e mostrate le criticità e le opportunità emerse dai gruppi di lavoro ristretti del giorno precedente. La seconda parte della mattinata sarà dedicata invece ad una tavola rotonda di alto profilo per capire “dove siamo e dove stiamo andando” in riferimento al fenomeno della tratta e alla protezione internazionale.

L’incontro, che sarà aperto da Irma Melini, Presidente della Commissione Immigrazione e Politiche per l’Integrazione dell’ANCI, vedrà la partecipazione – fra gli altri – dell’On. Giovanna Martelli, Consigliera del Presidente del Consiglio dei Ministri in materia di Pari Opportunità, del Prefetto Mario Morcone per il Ministero dell’Interno, di Luca Pacini, Direttore di Cittalia e Responsabile Area Welfare e Immigrazione dell’ANCI, di Daniela Di Capua, Direttrice del Servizio Centrale dello SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati ) e di Lorenzo Trucco, Presidente dell’ASGI Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione.

La conferenza è aperta ad operatori, esperti, istituzioni, forze dell’ordine e giudiziarie, organizzazioni del terzo settore, operatori del sociale e cittadini interessati e durante il suo svolgimento verranno presentati anche il Rapporto di Ricerca e il Manuale Operativo elaborati nell’ambito del progetto.

“C’è rifugio dalla tratta” è l’evento nazionale conclusivo del progetto NoTratta co-finanziato dal Programma “Prevenzione e Lotta contro la Criminalità” dell’Unione Europea e coordinato da Cittalia in collaborazione con il Gruppo Abele e On the Road.

Per iscriversi (fino ad esaurimento posti) basta inviare una mail, indicando nome e cognome ed ente di appartenenza al dott. Gabriele Guazzo (CITTALIA – Fondazione Anci Ricerche):
guazzo@cittalia.it,
tel. 06.01908507 / cell. 334.6589650

Vittime di tratta e richiedenti asilo: accordo Prefettura-Dedalus

La Cooperativa Dedalus e la Prefettura di Napoli hanno siglato un protocollo d’intesa per la tutela delle vittime di tratta e dei richiedenti asilo.

Lunedì 30 marzo, presso il Palazzo di Governo, il Prefetto di Napoli, Gerarda Maria Pantalone, ha presentato alla stampa il protocollo d’intesa stipulato, nel novembre dello scorso anno, tra la Prefettura di Napoli e la Cooperativa Sociale Dedalus.
Con tale accordo si mira alla condivisione di prassi comuni finalizzate all’identificazione e alla tutela delle vittime di tratta e sfruttamento, attraverso la strutturazione di un rapporto di costante interlocuzione tra le diverse componenti per superare la frammentazione degli interventi e migliorare la qualità delle risposte offerte dai servizi.

Si tratta di un’operazione volta a distruggere le maglie del traffico di esseri umani per garantire una vita felice e dignitosa alle persone migranti. Il protocollo prevede che in caso di necessità la cooperativa reperirà mediatori linguistico-culturali che si prenderanno in carica le vittime di tratta. Nel video di Pupia.tv parla, a nome di Dedalus, Andrea Morniroli.

di Redazione Pupia.tv

La Tratta degli esseri umani nel Sinai

Tra Eritrea, Sudan e Sinai da anni si svolge il più pesante traffico di esseri umani, in cambio di denaro. Solo adesso il mondo apre gli occhi.

C’è un fenomeno oscuro, che oramai da anni interessa il nord Africa, e precisamente quel triangolo che va dall’Eritrea, al Sudan, al Sinai, arrivando talvolta anche in Libia, che tutti ignorano di conoscere e che solo da qualche mese, ha meritato l’attenzione della politica internazionale. Nel giugno 2014, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha deciso di aprire un’inchiesta su questa vicenda, che parte in Eritrea, uno dei 10 paesi più poveri al mondo, quello che non era stato mai fatto per la Siria e la Corea del Nord. È la tratta degli esseri umani, che gruppi criminali organizzano, a partire perlopiù dall’Eritrea, approfittando della povertà e della disperazione della gente che vive questa regione, per poi portarla e a volte lasciarla nel Sinai egiziano. Decine di migliaia di Eritrei sono stati già prelevati e torturati nel Sinai.

L’intento dei rapinatori è quello di restituire gli ostaggi ai loro familiari, solo dopo che questi avranno pagato un riscatto, ma le somme richieste sono salatissime e arrivano anche ai 40 000 dollari (31 100 euro). I gruppi criminali sono diffusi in tutta Europa e lavorano attraverso intermediari, spesso per capire se le famiglie eritree hanno parenti in paesi più ricchi e, quindi, per aumentare la posta in gioco. Il fenomeno della tratta degli esseri umani nella penisola del Sinai è stato già denunciato molte volte: prima, da Ong, poi dalle Nazioni Unite e recentemente dal Parlamento europeo, in una risoluzione adottata nel marzo 2014. Méron Estefanos è una giornalista e un’attivista. Diventata un punto di riferimento, soprattutto per i ragazzi coinvolti nella tratta, è grazie a lei che sono venute a galla molte testimonianze di giovani ragazzi rapiti. Testimonianze che la Estefanos ha deciso di portare al Parlamento europeo, perché questo intervenga per fare qualcosa di concreto.
Sono storie terrificanti, quelle raccolte da Méron, come quella di Rahwa, 21 anni, ha gli occhi incorniciati da pensanti occhiaie, come di chi non chiude gli occhi da mesi: “Sentivo le urla dell’altro, aldilà del muro, ma non sapevo con precisione quanti soldati vi si trovavano. Sapevo solo che nel nostro gruppo eravamo in 10. Ci tenevano legati al muro con una catena al piede. C’era anche un bambino, che piangeva senza sosta”. Rahwa ha lasciato l’Eritrea nell’agosto del 2012, per il Sudan, verso il campo dei rifugiati di Shagarab, a qualche km dalla frontiera. Ma è stata catturata, con un gruppo di altri migranti, e portata nel Sinai egiziano, dove, sin dal 2009, si è diffuso un enorme traffico di armi, di droga e di esseri umani. Ripiegata in un angolo, la testa ricoperta di un velo bianco, immobile, Rahwa fissa la brocca di caffè. Poi riempie le tazze. I suoi amici la incoraggiano a resistere:“è difficile raccontare quello che ho vissuto. Mi hanno picchiata e violentata. Torturata con scosse elettriche e di plastica bollente che si attaccavano sulla mia pelle. Le vedi le cicatrici?”. Mentre Rahwa urlava, i rapinatori hanno chiamato la famiglia in Eritrea e in Europa, per chiedere il riscatto: 25000 dollari in contanti. Rahwa è rimasta 6 mesi nel deserto del Sinai. Il suo amico Gebre, un anno e mezzo. La sua famiglia non è riuscita a raccogliere i 40 000 dollari richiesti: “Pensavano che fossi morto e quindi inutilizzabile. Allora mi hanno gettato sulla strada, come un rifiuto, sopra i cadaveri di altri migranti”.

Secondo le testimonianze di Estefanos, tra il 2009 e il 2013, almeno 30. 000 persone sono state portate in Sinai, per un bottino di 622 milioni di dollari (484 milioni di euro). Una quarantina sarebbero i gruppi criminali coinvolti. In Eritrea nessuna famiglia ha i mezzi per pagare una simile somma, e anche all’ estero,solitamente vengono organizzate delle collette, che coinvolgono persone vicine alla famiglia, oppure la chiesa o associazioni. Le persone s’indebitano per salvare i loro cari. Ma è impossibile sapere se, in parallelo, si sviluppa un altro traffico, quello degli usurai.
I primi anni, i migranti eritrei venivano catturati direttamente nella penisola del Sinai, mentre tentavano di attraversare la frontiera israeliana. L’accordo anti immigrazione tra Italia e Libia aveva reso infatti  impossibile il passaggio dal Mediterraneo. Ma dopo la caduta del regime di Kadhafi (2011) e la decisione del governo Netanyahu di costruire un muro di 230 km per chiudere la frontiera, la strada delle migrazioni è di nuovo quella del Mediterraneo. I rifugiati sono quindi portati in Sudan, lì vengono rapiti e poi rivenduti ai beduini del Sinai. Il tutto con la collaborazione di forze di sicurezza sudanesi e egiziane, come ha denunciato anche il parlamento europeo. Rahwa racconta: “il viaggio per il Sinai è durato venti giorni. Non c’era acqua per tutti. Niente da mangiare. Abbiamo attraversato parecchie postazioni di controllo. I soldati parlavano in arabo, non capivo quello che dicevano. Nessuno ci ha fermati”. In questi ultimi mesi il traffico di migranti si è spostato di nuovo. I rapimenti nel Sinai si sono interrotti temporaneamente, in seguito all’operazione militare egiziana contro i jihadisti attivi nella regione. Oggi gli Eritrei sono detenuti nel deserto sudanese o utilizzati come schiavi in Libia, per trasportare armi o lavorare nelle miniere.

Il ruolo del nord Europa. Dall’Egitto o dal Sudan molte persone hanno cercato di ottenere aiuti dalla Svizzera, ma senza risultato. L’Ufficio federale svizzero delle migrazioni precisa: “L’ottenimento dell’asilo o di una visa di entrata in Svizzera non è una compensazione per un torto subito, ma una protezione contro una minaccia attuale o futura”. Come se essere violentati o imprigionati non fosse una minaccia reale, la Svizzera cerca di contenere gli ingressi nel suo paese. Il dramma è che in Svizzera, questa situazione è tristemente nota alle autorità e ai soccorsi. Dal 2010 il servizio di ricerca della Croce Rossa ha ricevuto almeno 40 domande di aiuto di Eritrei, vittime del Sinai, come ha dimostrato un’inchiesta sul giornale Le Temps. Preoccupato per l’aumento delle domande, Europol ha invitato i paesi membri ad unire le loro forze per combattere questo traffico e renderlo noto al pubblico. La Svizzera figura da anni tra le mete preferite degli Eritrei, con la Svezia, la Norvegia, la Germania e i Paesi Bassi. C’è da dire che ancora in pochi si rivolgono alle autorità svizzere denunciando ciò che accade, un po’ per paura di ritorsioni, un po’ per una forma di diffidenza, che gli etiopi hanno normalmente verso le culture straniere, abituati a vivere sotto ad una dittatura. Per tentare di smuovere le acque, qualche Ong ha denunciato dei casi di estorsione alla polizia federale, la quale ignora questa situazione. Più informata sui fatti, invece, la polizia cantonale.

Nulla di fatto per il momento, ma nel frattempo, la denuncia della giornalista Meron Estefanos alla polizia svedese ha condotto all’arresto di due intermediari dei rapinatori. Un piccolo granello di sabbia che può però andare a bloccare l’ odiosa macchina della tratta.

di Maria Panariello

Reclutati con la promessa di un lavoro, finiscono per chiedere l’elemosina

A processo quattro romeni che sceglievano i ragazzi anche fra orfani e malati in difficoltà. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani e alla riduzione in schiavitù.

Reclutati in Romania, anche negli orfanotrofi e poi attirati in Italia con il miraggio di un lavoro ma in realtà costretti all’accattonaggio travestiti da mimi o con pesanti costumi di animali-peluche da tenere anche in piena estate. Nel mirino finivano perlopiù i ragazzi con maggiori problemi, economici o psichici.
Per questi fatti sono finiti a processo (alle Corte d’Assise di Ravenna da novembre 2014) quattro romeni – due donne di 34 e 25 anni e due uomini di 33 e 36 anni – accusati di associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani e alla riduzione in schiavitù .
Secondo le indagini, sarebbero stati in totale una trentina i ragazzi sfruttati per l’elemosina in strada. Tre le abitazioni nelle quali venivano smistati: a San Pancrazio e a Russi, nel Ravennate, e a Mezzogoro, nel Ferrarese.
L’inchiesta era partita tre anni fa da Milano quando un romeno aveva riferito di una fuga di un suo conoscente da una sorta di casa-prigione nel Ravennate. Il ragazzo aveva raccontato agli inquirenti di essere stato avvicinato in Romania con la proposta di un lavoro in una ditta edile italiana per 800 euro al mese: era quindi partito in bus con viaggio pagato ma il giorno dopo si era ritrovato in giro per Ravenna per imparare da altri connazionali che già mendicavano.

Schiavitù moderna: chi sono le vittime e in che cosa consiste questo fenomeno

Quando si parla di schiavitù la maggior parte delle persone tende a pensare ad un fenomeno che appartiene ad epoche passate, un’ingiustizia che la società “civilizzata” è riuscita ad eliminare. Questa visione idilliaca della modernità, tuttavia, deve fare i conti con i dati forniti dalle Nazioni Unite secondo cui, solamente nel 2008, 2,5 milioni di esseri umani provenienti da 127 paesi diversi sono stati venduti allo scopo di fornire prestazioni sessuali, per l’espianto di organi o altre parti del corpo, per chiedere l’elemosina, per adozioni illegali o matrimoni forzati.

Una chiara definizione di questo fenomeno è fornita dai Protocolli di Palermo, adottati tra il 12 e il 15 dicembre del 2000, in cui si legge che il traffico di esseri umani consiste in ogni atto di coercizione o di inganno avente lo scopo di ottenere un vantaggio dallo sfruttamento sessuale, di lavoro, di schiavitù, di commercio o di organi di una persona. Sebbene abbia una certa rilevanza anche a livello locale, questo crimine ha una portata chiaramente trans-nazionale che è stata più volte sottolineata dalle Nazioni Unite ed è
anche alla base delle varie risoluzioni e protocolli adottati in materia. I vantaggi economici ottenuti da quella che possiamo facilmente definire una forma di “schiavitù moderna” sono enormi. Un tentativo di effettuare una stima degli introiti derivanti dal traffico di esseri umani è stato intrapreso dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) nel 2005. Patrick Belser, il funzionario dell’agenzia Onu incaricato di redigere il report, ha calcolato che una persona sfruttata economicamente può produrre ogni anno tra 360 (nei paesi dell’Africa sub-sahariana) e 30 mila dollari (nelle economie industrializzate). Questi valori crescono sensibilmente se si prendono in considerazione i così detti “schiavi sessuali” che garantiscono alle persone che li sfruttano guadagni variabili tra 10 mila (Africa sub-sahariana) e 67 mila dollari (paesi industrializzati). Utilizzando questi dati come base di calcolo Belser ha concluso che il
traffico di generi umani genera ogni anno scambi economici per un valore pari a 31,6 miliardi di dollari. La maggior parte dei profitti derivanti da questo crimine vengono ritenuti dallo sfruttatore, mentre solo una minima parte viene incassata da reclutatori/trafficanti, i quali sovente vengono semplicemente pagati per la cessione della loro “merce”.

La maggior parte delle vittime dei trafficanti sono persone provenienti da paesi in via di sviluppo che vengono destinate ad altri paesi non industrializzati. Solamente l’11% delle tratte ha come luogo di destinazione/sfruttamento un paese industrializzato. Ciò non deve far pensare che questo crimine è un problema che riguarda solamente paesi che potremmo definire “non civilizzati”, parafrasando la definizione utilizzata dalle Nazioni Unite. Stando ai dati forniti dalla National Crime Agency britannica, infatti, il numero di persone sfruttate in GB come schiave è aumentato nell’ultimo anno del 22 %. Tra le 2.744 persone identificate dalle autorità locali come possibili vittime dei trafficanti, oltre il 40% erano destinate a diventare schiavi sessuali e il 30% sarebbero stati avviati a lavori manuali. È bene sottolineare che il caso dell’Inghilterra non è isolato; la tratta degli esseri umani, infatti, è considerata uno dei crimini trans-nazionali con il tasso di crescita più elevato, specialmente nei paesi industrializzati. Ciò dipende dal fatto che i trafficanti, sfruttando una persona in un paese “ricco”, ottengono un profitto che è alle volte 50 volte maggiori rispetto a quello ottenuto in paesi in via di sviluppo. Nonostante le varie risoluzioni adottate dalle Nazioni Unite e gli interventi in materia da parte dei singoli Stati, la tratta degli esseri umani rappresenta una delle più grandi emergenze umanitarie del nostro tempo. Stando agli ultimi dati forniti dall’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crimes) attualmente nel mondo oltre 30 milioni di persone sarebbero ridotte in
schiavitù, costrette a vendere il proprio corpo o a svolgere altri servizi per il beneficio dei loro aguzzini.

di Stefano Consiglio

Migranti, in aumento le donne costrette a prostituirsi

I dati diffusi dall’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, secondo le informazoni del Ministero dell’Interno. Mostrano che ad ottobre sono arrivate meno persone (15.279) rispetto a settembre (26.107). Il numero totale di arrivi del 2014 è comunque aumentato di quasi quattro volte rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il progetto Praesidium per contenere il fenomeno della tratta

Sono 154.075 i migranti arrivati in Italia via mare dall’inizio dell’anno fino al 31 di ottobre, si apprende dall’OIM,Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. I dati, del Ministero dell’Interno, mostrano come nel mese di ottobre siano arrivate meno persone (15.279) rispetto a settembre (26.107). Il numero totale di arrivi del 2014 è comunque aumentato di quasi quattro volte rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando le persone giunte in Italia via mare erano 38.882. I siriani sono sempre la
nazionalità più rappresentata (36.351), seguiti da Eritrei (33.872), Maliani (8.899), Nigeriani (8.031) Gambiani (6.787), Palestinesi (5.044) e Somali (4.965). Da sottolineare come il flusso di Palestinesi, arrivati in 1.000 fino al mese di giugno, sia cominciato ad aumentare solo a partire dall’estate.

L’aumento delle giovani nigeriane. Nonostante ad ottobre si sia registrato un calo degli arrivi di circa il 40 per cento rispetto a settembre, l’OIM Roma sottolinea come vi siano delle tendenze particolarmente preoccupanti: tra queste, la crescente presenza di donne potenziali vittime di tratta. “Nel 2014 sono giunte in Italia 16.839 donne, mentre nello stesso periodo del 2013 furono 5.163″, afferma Federico Soda, Capo Missione dell’ufficio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) in Italia. “Abbiamo notato in particolare un rilevante aumento di giovani ragazze provenienti dalla Nigeria: 1.290, circa il 300 per cento in più rispetto alle 392 arrivate l’anno scorso.” Confessano: “Ci portano qui per prostituirci”. L’OIM da quest’anno ha costituito – nell’ambito del progetto Praesidium – due team “anti-tratta” attivi in Sicilia e in Puglia, allo scopo di rafforzare le attività di individuazione e identificazione delle vittime di tratta e sfruttamento. “Entriamo in contatto con le ragazze al porto, immediatamente dopo lo sbarco”, racconta Soda, “in modo di poterle informare sui loro diritti prima che possano essere avvicinate dai loro eventuali sfruttatori.” Gli operatori OIM affermano che molte delle donne intervistate confermano di essere state fatte arrivare in Italia a scopo di sfruttamento sessuale. In alcuni casi, le loro denunce hanno potuto portare all’arresto degli sfruttatori.Adescate con la promessa di un vero lavoro. Soda specifica come molte donne siano originarie dello stato nigeriano di Edo, dove vengono adescate con la promessa di trovare un lavoro in Italia.

“Ben presto le ragazze capiscono di essere state ingannate: durante il viaggio si ritrovano in una condizione di semischiavitù: vengono spesso violentate e sono obbligate a prostituirsi. Sono costrette di frequente a lavorare in bordelli in Libia e poi inviate in Italia dai loro aguzzini. Molte di loro, prima di partire, devono sottoporsi a una cerimonia vooddo, nel corso della quale devono giurare di restituire i soldi ‘offerti’ per il viaggio.
Purtroppo, a causa di questa manipolazione psicologica, diventa a volte complicato far capire loro come sia possibile liberarsi da questo debito e dagli sfruttatori.”  L’OIM è presente a Lampedusa, in Sicilia, in Calabria e in Puglia nell’ambito di Praesidium, un progetto finanziato dal Ministero dell’Interno italiano e dalla Commissione Europea e realizzato insieme a UNHCR, Save The Children e Croce Rossa italiana.

Rapporto choc: negli Stati Uniti 100mila bambini sono vittime di tratta

La denuncia viene dalla ECPAT, un’organizzazione non profit dedicata alla
lotta del traffico degli esseri umani. Uno sfruttatore confessa: «Quando li
incontro, questi bambini sono stati stuprati così tante volte, che il mio compito è spiegare loro come potrebbero essere pagati per farlo».

Il numero è spaventoso: ogni anno negli Stati Uniti circa 100.000 bambini sono vittime di traffico a scopi sessuali. Venduti, in altre parole, al racket della prostituzione. La denuncia viene dalla ECPAT, un’organizzazione non profit dedicata alla lotta del traffico degli esseri umani.
Secondo il rapporto pubblicato da questo gruppo, le vittime in genere sono ragazze e ragazzi sotto i 18 anni d’età scappati di casa, homeless, oppure orfani, che vengono reclutati direttamente negli istituti che dovrebbero occuparsi di loro. Carol Smolenski, direttore esecutivo di ECPAT-USA, ha detto all’Huffington Post che uno sfruttatore le ha raccontato così il meccanismo: «Quando io li incontro, questi bambini sono stati stuprati così tante volte, che il mio compito è spiegare loro come potrebbero essere
pagati per farlo». In altre parole, verrebbero comunque abusati: tanto vale che si convincano a subire le violenze in cambio di soldi.
In molti casi, sempre secondo il rapporto, le attività di sfruttamento avvengono nelle camere di alberghi che magari non sono complici, ma non fanno nemmeno alcuno sforzo per individuare e denunciare il traffico. Quindi ECPAT ha contattato diverse catene, come ad esempio la Hilton, affinché si mobilitino.

Il numero è sorprendente per gli Stati Uniti, e per l’ignoranza del fenomeno. Quandovengono interrogati sul traffico di esseri umani a scopi sessuali, infatti, gli americani rispondono che avviene in paesi remoti dell’Asia, del Sudamerica, o magari dell’Europa, ma non negli Usa. Questa mancanza di informazione contribuisce a nascondere il fenomeno, consentendo che continui indisturbato.

di Paolo Mastrolilli