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Gli schiavisti sono tra noi, ma l’Italia ha abbassato la guardia
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Gli schiavisti sono tra noi, ma l’Italia ha abbassato la guardia

L’ultimo episodio è stato a novembre a Bari. Otto cittadini bulgari, alcuni di loro disabili, reclusi di notte dentro delle stalle e costretti di giorno a mendicare. Il “contratto” prevedeva che dovessero racimolare almeno 30 euro al giorno. In tal caso ne avevano in cambio, pane, acqua e qualche wurstel. Se non raggiungevano l’obiettivo, botte, umiliazioni, fame. L’organizzazione, guidata da altri cittadini bulgari, è stata sgominata dagli agenti della squadra mobile. Il suo capo – Marin Kostov Todorov, di 41 anni – è stato arrestato per tratta di esseri umani e riduzione in schiavitù.

Prima di essere scoperta – grazie all’intervento di una donna che è riuscita a farsi raccontare la sua storia da una delle vittime – la banda di schiavisti ha operato indisturbata per un anno, dal maggio del 2013 all’aprile del 2014. “Si tratta delle punta di un iceberg”, hanno chiarito gli investigatori. Ed è questo l’aspetto più inquietante. La ferocia “antica” di queste vicende, la stessa denominazione del reato (“riduzione in schiavitù”, qualcosa che evoca luoghi e tempi lontanissimi) portano a ritenere che si tratti di casi isolati ed eccezionali. Invece i nuovi schiavisti sono tra noi. Operano con criteri scientifici. Esiste anche un tariffario per la compravendita delle vittime. A settembre una vicenda analoga a quella di Bari era stata scoperta a Milano. In quel caso a gestire lo sfruttamento degli schiavi-mendicanti erano i quattordici componenti di due famiglie rom di origine rumena. Le vittime ventidue loro connazionali – anziani, mutilati, paralitici – fatti venire in Italia dal distretto rumeno di Costanza. Uno di loro, secondo quanto hanno accertato gli investigatori del Nucleo tutela donne e minori della Polizia locale, era stato venduto dalla famiglia ai trafficanti. Anche in questo caso l’indagine è stata resa possibile dalla decisione di una delle vittime di parlare. All’interno del campo rom sono state nascoste delle telecamere che hanno restituito immagini agghiaccianti. Come quella di un mutilato che, rientrato dal suo giro con una somma insufficiente, viene minacciato col coltello, poi picchiato sulla faccia con una scarpa. Si è accertato che ogni mendicante doveva raccogliere almeno 50 euro al giorno. Nei due anni di attività, gli schiavisti hanno messo in tasca decine di migliaia di euro, reinvestiti nell’acquisto di appartamenti. L’accusa contestata dal Pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano Piero Basilone e fatta propria dal gip Simone Luerti, che ha emesso 14 ordinanza di custodia cautelare, è stata la solita: “riduzione in schiavitù”. “Parole – ha commentato il capo della Polizia localeTullio Mastrangelo – che sembrano appartenere a un’altra epoca e che invece risuonano negli anni Duemila, nel cuore dell’Europa”. Nel cuore dell’Europa, appunto. Infatti è l’Europa a dire che l’Italia su questo fronte ha abbassato la guardia. E, di conseguenza, che non siamo davanti a una serie di episodi agghiaccianti ma a una rete di organizzazioni criminali che da noi hanno una vita relativamente facile. “Per combattere questi reati vili – ha dichiarato ancora ancora Mastrangelo – non basta allontanare i mendicanti dalle strade, che sono soltanto vittime dei loro sfruttatori, ma bisogna colpire alla radice. C’è ancora molto da fare, perché il gruppo sconfitto oggi è solo uno dei tanti presenti in città”. Nella città di Milano come in tutt’Italia. A settembre è stato pubblicato l’ultimo “Rapporto Greta” attraverso il quale il Consiglio d’Europa analizza l’attività svolta dai vari Stati aderenti per contrastare il traffico di essere umani. Il dati ufficiali dicono che, tra il 2011 e il 2013, sono state assistite nel nostro Paese 4530 vittime di tratta.

Ma, secondo il rapporto, questa cifra “non rivela la vera ampiezza del fenomeno”. Questo perché l’Italia non dispone di strumenti adeguati per individuare le vittime e la nostra attenzione è concentrata soprattutto verso i tipi di tratta che hanno come scopo lo sfruttamento sessuale, mentre altre situazioni – come lo sfruttamento dei mendicanti, dei minori, dei braccianti agricoli – non sono adeguatamente monitorate. A partire dal 1999, le vittime di tratta ufficialmente assistite dall’Italia sono state 29mila. Ma se si prende in esame un arco di tempo recente, quello che va dal 2009 al 2012, si scopre che, a fronte di migliaia di casi,le condanne per “riduzione in schiavitù” sono state appena quattordici nel 2010 e nove nel 2009. Sotto accusa, anche le fisiologiche lentezze del sistema giudiziario che, su questo fronte delicatissimo, hanno effetti particolarmente drammatici perché abbassano ulteriormente le possibilità di tutela delle vittime. Il rapporto quindi ci richiama a «rafforzare gli sforzi per assicurare che i crimini inerenti alla tratta, qualsiasi sia il tipo di sfruttamento, vengano investigati e processati velocemente ed efficacemente, e che questo porti a sanzioni proporzionate e dissuasive”.

Eppure, almeno a parole, siamo all’avanguardia. Ecco per esempio cosa si legge sul sito del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, l’organo responsabili dei vari interventi che soggetti pubblici e privati attuano a tutela delle vittime: “La tratta di esseri umani costituisce un gravissimo reato: la mercificazione della persona umana e la sopraffazione della sua dignità e dei suoi diritti fondamentali. Opporsi al fenomeno della tratta, per tale ragione, non può che orientarsi alla tutela dei diritti umani delle vittime, qualunque sia l’intenzione dei trafficanti”. Non c’è solo il pur fondamentale aspetto umanitario, ma anche le cifre del business a chiarire quanto è importante contrastare queste attività criminali. L’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) ha fatto un semplice calcolo moltiplicando per il numero delle vittime di tratta assistite dal 1999 a oggi (29.000, come abbiamo visto) per la cifra che annualmente i criminali ricavano dallo sfruttamento di ogni singola vittima (secondo stime della Direzione Nazionale Antimafia tra i 40 e i 50mila euro). Il risultato è che l’attività di prevenzione svolta fino a ora – sia pure con tutti i limiti rilevati nel “Rapporto Greta” – ha sottratto alle organizzazioni criminali una cifra superiore al miliardo di euro. Il rapporto costi/benefici è estremamente favorevole. Basti pensare che nell’ultima annualità sono stati stanziati per l’attività di contrasto nove milioni di euro. Eppure l’attenzione è caduta. Entro la fine del giugno scorso – denuncia l’Asgi – doveva essere approvato il Piano nazionale anti-tratta, ma non è stato fatto nulla. E anche altri adempimenti che avrebbero consentito lo sviluppo dei progetti a tutela delle vittime sono stati disattesi. “Il completo disinteresse e dunque l’immobilismo che ha dominato gli ultimi mesi – denuncia l’Asgi – rischia realmente di compromettere un sistema che da anni ha contribuito in modo efficace alla tutela e protezione di migliaia di vittime del trafficking e indirettamente al contrasto di questo odioso crimine”.

di Giovanni Maria Bellu

 

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