+
Home / 2015 / marzo
2015 marzo

La Tratta degli esseri umani nel Sinai

Tra Eritrea, Sudan e Sinai da anni si svolge il più pesante traffico di esseri umani, in cambio di denaro. Solo adesso il mondo apre gli occhi.

C’è un fenomeno oscuro, che oramai da anni interessa il nord Africa, e precisamente quel triangolo che va dall’Eritrea, al Sudan, al Sinai, arrivando talvolta anche in Libia, che tutti ignorano di conoscere e che solo da qualche mese, ha meritato l’attenzione della politica internazionale. Nel giugno 2014, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite ha deciso di aprire un’inchiesta su questa vicenda, che parte in Eritrea, uno dei 10 paesi più poveri al mondo, quello che non era stato mai fatto per la Siria e la Corea del Nord. È la tratta degli esseri umani, che gruppi criminali organizzano, a partire perlopiù dall’Eritrea, approfittando della povertà e della disperazione della gente che vive questa regione, per poi portarla e a volte lasciarla nel Sinai egiziano. Decine di migliaia di Eritrei sono stati già prelevati e torturati nel Sinai.

L’intento dei rapinatori è quello di restituire gli ostaggi ai loro familiari, solo dopo che questi avranno pagato un riscatto, ma le somme richieste sono salatissime e arrivano anche ai 40 000 dollari (31 100 euro). I gruppi criminali sono diffusi in tutta Europa e lavorano attraverso intermediari, spesso per capire se le famiglie eritree hanno parenti in paesi più ricchi e, quindi, per aumentare la posta in gioco. Il fenomeno della tratta degli esseri umani nella penisola del Sinai è stato già denunciato molte volte: prima, da Ong, poi dalle Nazioni Unite e recentemente dal Parlamento europeo, in una risoluzione adottata nel marzo 2014. Méron Estefanos è una giornalista e un’attivista. Diventata un punto di riferimento, soprattutto per i ragazzi coinvolti nella tratta, è grazie a lei che sono venute a galla molte testimonianze di giovani ragazzi rapiti. Testimonianze che la Estefanos ha deciso di portare al Parlamento europeo, perché questo intervenga per fare qualcosa di concreto.
Sono storie terrificanti, quelle raccolte da Méron, come quella di Rahwa, 21 anni, ha gli occhi incorniciati da pensanti occhiaie, come di chi non chiude gli occhi da mesi: “Sentivo le urla dell’altro, aldilà del muro, ma non sapevo con precisione quanti soldati vi si trovavano. Sapevo solo che nel nostro gruppo eravamo in 10. Ci tenevano legati al muro con una catena al piede. C’era anche un bambino, che piangeva senza sosta”. Rahwa ha lasciato l’Eritrea nell’agosto del 2012, per il Sudan, verso il campo dei rifugiati di Shagarab, a qualche km dalla frontiera. Ma è stata catturata, con un gruppo di altri migranti, e portata nel Sinai egiziano, dove, sin dal 2009, si è diffuso un enorme traffico di armi, di droga e di esseri umani. Ripiegata in un angolo, la testa ricoperta di un velo bianco, immobile, Rahwa fissa la brocca di caffè. Poi riempie le tazze. I suoi amici la incoraggiano a resistere:“è difficile raccontare quello che ho vissuto. Mi hanno picchiata e violentata. Torturata con scosse elettriche e di plastica bollente che si attaccavano sulla mia pelle. Le vedi le cicatrici?”. Mentre Rahwa urlava, i rapinatori hanno chiamato la famiglia in Eritrea e in Europa, per chiedere il riscatto: 25000 dollari in contanti. Rahwa è rimasta 6 mesi nel deserto del Sinai. Il suo amico Gebre, un anno e mezzo. La sua famiglia non è riuscita a raccogliere i 40 000 dollari richiesti: “Pensavano che fossi morto e quindi inutilizzabile. Allora mi hanno gettato sulla strada, come un rifiuto, sopra i cadaveri di altri migranti”.

Secondo le testimonianze di Estefanos, tra il 2009 e il 2013, almeno 30. 000 persone sono state portate in Sinai, per un bottino di 622 milioni di dollari (484 milioni di euro). Una quarantina sarebbero i gruppi criminali coinvolti. In Eritrea nessuna famiglia ha i mezzi per pagare una simile somma, e anche all’ estero,solitamente vengono organizzate delle collette, che coinvolgono persone vicine alla famiglia, oppure la chiesa o associazioni. Le persone s’indebitano per salvare i loro cari. Ma è impossibile sapere se, in parallelo, si sviluppa un altro traffico, quello degli usurai.
I primi anni, i migranti eritrei venivano catturati direttamente nella penisola del Sinai, mentre tentavano di attraversare la frontiera israeliana. L’accordo anti immigrazione tra Italia e Libia aveva reso infatti  impossibile il passaggio dal Mediterraneo. Ma dopo la caduta del regime di Kadhafi (2011) e la decisione del governo Netanyahu di costruire un muro di 230 km per chiudere la frontiera, la strada delle migrazioni è di nuovo quella del Mediterraneo. I rifugiati sono quindi portati in Sudan, lì vengono rapiti e poi rivenduti ai beduini del Sinai. Il tutto con la collaborazione di forze di sicurezza sudanesi e egiziane, come ha denunciato anche il parlamento europeo. Rahwa racconta: “il viaggio per il Sinai è durato venti giorni. Non c’era acqua per tutti. Niente da mangiare. Abbiamo attraversato parecchie postazioni di controllo. I soldati parlavano in arabo, non capivo quello che dicevano. Nessuno ci ha fermati”. In questi ultimi mesi il traffico di migranti si è spostato di nuovo. I rapimenti nel Sinai si sono interrotti temporaneamente, in seguito all’operazione militare egiziana contro i jihadisti attivi nella regione. Oggi gli Eritrei sono detenuti nel deserto sudanese o utilizzati come schiavi in Libia, per trasportare armi o lavorare nelle miniere.

Il ruolo del nord Europa. Dall’Egitto o dal Sudan molte persone hanno cercato di ottenere aiuti dalla Svizzera, ma senza risultato. L’Ufficio federale svizzero delle migrazioni precisa: “L’ottenimento dell’asilo o di una visa di entrata in Svizzera non è una compensazione per un torto subito, ma una protezione contro una minaccia attuale o futura”. Come se essere violentati o imprigionati non fosse una minaccia reale, la Svizzera cerca di contenere gli ingressi nel suo paese. Il dramma è che in Svizzera, questa situazione è tristemente nota alle autorità e ai soccorsi. Dal 2010 il servizio di ricerca della Croce Rossa ha ricevuto almeno 40 domande di aiuto di Eritrei, vittime del Sinai, come ha dimostrato un’inchiesta sul giornale Le Temps. Preoccupato per l’aumento delle domande, Europol ha invitato i paesi membri ad unire le loro forze per combattere questo traffico e renderlo noto al pubblico. La Svizzera figura da anni tra le mete preferite degli Eritrei, con la Svezia, la Norvegia, la Germania e i Paesi Bassi. C’è da dire che ancora in pochi si rivolgono alle autorità svizzere denunciando ciò che accade, un po’ per paura di ritorsioni, un po’ per una forma di diffidenza, che gli etiopi hanno normalmente verso le culture straniere, abituati a vivere sotto ad una dittatura. Per tentare di smuovere le acque, qualche Ong ha denunciato dei casi di estorsione alla polizia federale, la quale ignora questa situazione. Più informata sui fatti, invece, la polizia cantonale.

Nulla di fatto per il momento, ma nel frattempo, la denuncia della giornalista Meron Estefanos alla polizia svedese ha condotto all’arresto di due intermediari dei rapinatori. Un piccolo granello di sabbia che può però andare a bloccare l’ odiosa macchina della tratta.

di Maria Panariello